Il Bovino Italico

(Pugliese, Lucano, Calabrese, Abruzzese)

Testo di Giuseppe Maria Fraddosio

 

Foto del toro Barone, tratta da La razza bovina Pugliese (Relazione della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Foggia),

in "Economia della Capitanata", boll. uff. del Consiglio Provinciale dell'Economia di Foggia, anno I, N. 11-12, 1929.

Si osservi, in particolare, la direzione in alto ed in avanti delle corna del soggetto fotografato.

 

 

 

 

Dalla pubblicazione Allevamenti italiani. 1. Bovini, a cura dell'Ufficio tecnico agrario della Federazione italiana dei consorzi agrari - Ramo editoriale degli agricoltori, Roma, 1960

 

Nel 1961 fu rinvenuto -  nella grotta Riparo del Romito, presso Papasidero in Calabria  -  un graffito risalente al periodo Paleolitico superiore epigravettiano, raffigurante un Uro (dal latino urus) molto simile ai bovini comunemente denominati pugliesi, apulo-lucani, abruzzesi e calabresi.

Tale importantissimo reperto contribuisce in modo decisivo alla demolizione della tesi -  sostenuta da molti, a partire dalla seconda metà del XIX secolo -  della provenienza allogena (più precisamente, podolica, cioè ucraina) e non indigena (italica) dei bovini grigi che, da epoche assai remote, popolano alcune vaste aree dell'Italia meridionale peninsulare, cioè della prima Italia, i cui abitanti - a cominciare, tra il VI ed il V secolo a. C., da quelli della punta estrema dell’attuale Calabria - furono chiamati dai greci italòi (termine corrispondente all’osco viteliù ed al latino vituli).

L’Uro  -  cui il naturalista svedese Carl Nilsson von Linné, latinizzato in Linnaeus, diede nel 1758 il nome scientifico Bos primigenius  -  è oggi generalmente riconosciuto  come il progenitore selvatico di tutti i bovini domestici europei giacché popolava interamente l’odierna Europa, Italia meridionale continentale compresa.

Il nome  Podolica  della razza bovina già denominata  Pugliese  è stato ufficialmente adottato, durante gli anni Ottanta del secolo scorso, pur essendo privo di sostegni documentali storicamente, geograficamente e filologicamente validi. Infatti, non si rinviene traccia alcuna, di epoca romana, di un aggettivo podolicus (usato per la prima volta dal Wagner nel 1836 e poi, nella seconda metà del XIX secolo, ripreso dal Sanson come sinonimo di asiaticus); né è dato conoscere con precisione,  attraverso dettagliate descrizioni e/o raffigurazioni, la morfologia ed il colore dell’antico bovino originario della Podolia, regione fisica oggi facente parte dell’Ucraina.

Lo scrittore romano di origine iberica Lucius Junius Moderatus Columella (I secolo a. C.), nel suo trattato De re rustica, dopo avere affermato che il nome Italia è strettamente legato alla parola toro, quod olim Graeci tauros Italoùs vocarent, e dopo avere rapidamente fatto cenno, tra i bovini del suo tempo, a quelli Asiaticis, Gallicis ed Epiroticis, descrisse sommariamente quelli dell’Italia (da poco divisa dall’imperatore Augusto in undici regiones), dalla Campania all’Umbria,  all’Hetruria et Latium, all’Appenninus.

Domenico Demarco, autore de La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, annotò a proposito della pastorizia nella provincia di Basilicata, distretto di Potenza, circondario di Avigliano:

Le vacche sono le migliori del Regno, ed anche superiori a quelle di Perugia; sono ricercati i tori in tutto il Regno, anche in Macerata nella Romagna, e da Turino; non se ne conosce l’origine; è tradizione che siano pur anche alquanto degradate da’ dissodamenti de’ boschi ove libere amano errare. La loro indole è selvaggia, la taglia grande, la sola pagliolaja dovrebbe essere più estesa. Sono abbondanti nel latte.

 

Nel trattato Dell’agricoltura e pastorizia del Regno di Napoli di qua dal Faro. Breve notizia distesa, secondo le relazioni delle Società Economiche, da Achille Bruni di Barletta e regolata dai Professori Cav. Giovanni Gussone, Giuseppe Cua, Guglielmo Gasparrini  (Napoli, 1845), si legge tra l’altro:

 

Sono pure tra noi numerose le razze di vacche, e ce n’ha di varie spezie, ma che possono ridursi a tre principalmente, cioè a dire la razza piccola, la media e la grande. La prima si tiene da molti Abbruzzesi per la facilità di farle pascolare nella state sopra le montagne, e così evitare il pericolo di diruparsi. Della seconda spezie abbondano quasi tutte le altre Provincie. L’ultima ossia la grande, la quale primeggia sopra tutte, è propria della Provincia di Basilicata. La grandezza, la forma, la bellezza di queste vacche sono ammirevoli, e servono per migliorare le altre razze. E’ questa razza quella che dà i grandi e robusti bovi che servono al trasporto de’ generi , e dei grossi carichi nella Provincia di Terra di Lavoro, e che si veggono anche in Napoli. Tutte le vacche del Regno sono di color bianco nerognolo, hanno corna giuste e regolari; a differenza di quelle di Sicilia, le quali sono rossastre od oscure, ed hanno corna grandissime, eccetto la razza detta di Modica ch’è bellissima. In proporzione della grandezza e del cibo, le vacche del nostro Regno danno molta quantità di latte, il quale serve per latticini, e specialmente pei così detti “caciocavalli”, che sono specie di cacio, che si appartengono esclusivamente al nostro Regno.

 

Giova qui riportare testualmente il significativo brano che segue, tratto dalla Storia della prima Italia (Milano, 1984) dell'autorevole Massimo Pallottino (Roma, 1909-1995).

L'ingente e accelerato progresso delle conoscenze archeologiche, linguistiche e storiche nel corso degli ultimi decenni, mettendo in luce dati di fatto nuovi, assai più complessi, sovente in contrasto con le ipotesi correnti, aprendo la strada ai dubbi, additando prospettive critiche diverse ed insospettate, ha praticamente messo in crisi la concezione etnogenetica accreditata dal positivismo sia sul piano del metodo sia su quello dei risultati. La rivelazione delle evolute, raffinate, culture neolitiche ed eneolitiche del Mezzogiorno d'Italia e delle isole, della civiltà del bronzo detta appenninica estesa sull'intera penisola (rispetto alla quale le famose terremare si ridimensionano in un fenomeno marginale e cronologicamente secondario), dei cospicui ripetuti apporti marittimi dall'Oriente mediterraneo culminanti nella presenza commerciale e forse anche coloniale micenea in Puglia e intorno alla Sicilia, con estensioni lungo le coste tirreniche e in Sardegna, della presenza della cremazione nell'Italia meridionale non più tardi che in quella settentrionale, ha di fatto capovolto interamente l'immagine di un'Italia primitiva popolata e incivilita dal nord, dimostrando invece l'importanza e l'antichità dei progressi locali nella penisola e nelle isole e la funzione rilevante dei contatti e degl'influssi mediterranei.

 
 
 

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